Kőrösi Zoltán hivatalos honlapja

A free template from Joomlashack

Home arrow Works arrow Italiano
Italiano

Kőrösi Zoltán művei olasz nyelven:



Anni d'amore  Vigliaccheria
Written by Kőrösi   
Sunday, 27 November 2011
There are no translations available

Zoltán Kőrösi

 

Anni d'amore – Vigliaccheria

 

(Szerelmes évek – Gyávaság)

 

 

Traduzione: Dóra Várnai

 

 

Come ossa tra le assi spezzate

 

 

Liza e Szidike sapevano esattamente con quale frequenza e quanto abbondantemente andavano annaffiate le varie piante dalle quali il loro appartamento era ormai completamente invaso, e che proliferavano un po' ovunque, allungavano i loro tentacoli, si espandevano, sconfinavano, si allungavano verso l'alto, eppure, in tutto questo crescere e cambiare continuamente, loro sapevano con precisione quale pianta non volesse affatto l'acqua, a quale andasse versata nel piattino e quale la preferisse spruzzata sulle foglie, se fosse arrivato il momento di allentare con attenzione la loro terra con un piccolo coltellino dalla lama arrugginita, utilizzato solo e appositamente a tal scopo e poi riposto sul davanzale della finestra del soggiorno, se fosse meglio staccare le foglie secche dal ceppo con le dita, o se, al contrario, bisognasse aspettare fino a quando le parti morte fossero cadute da sole, per poi raccoglierle dal parquet macchiato, se fosse consigliabile inserire i bastoncini di fertilizzante tra le zolle di terra impolverate, o se fosse giunta ormai l'ora di fare un cambio di terriccio o addirittura di stendere fogli di giornali per terra ed effettuare il travaso, sapevano cosa significasse l'incrostazione che si depositava sul bordo esterno dei vasi, sapevano quale pianta amasse la luce e quale preferisse l'ombra, e anche quale andasse girata di tanto in tanto, in modo che il gambo piegatosi verso il sole si raddrizzasse nuovamente e le foglie si rigirassero, come mani aperte in perenne atto di questua, sapevano quale pianta sopportasse con piacere la presenza dell'altra e quale per sua indole avrebbe invece voluto circondare e strozzare tutte le altre, sapevano in quale fase del giorno venisse loro sete, se desiderassero l'acqua il mattino, nel pomeriggio o verso il tramonto, e quale fosse la pianta con cui bisognava fare molta attenzione, perché sembrava che volesse bere e bere ancora, e invece non tollerava affatto l'eccessivo annaffiamento.

L'aceto scioglie il calcare, è possibile per esempio pulire i rubinetto incrostati con acqua mista all'aceto o con una spazzola intrisa di aceto

            Tenevano l'acqua del rubinetto in capienti barattoli di vetro ingialliti, sistemati lungo il muro dell'ingresso, perché si sa che se proprio non è possibile raccogliere le gocce di pioggia, è almeno consigliabile fare riposare qualche giorno l'acqua per annaffiare.

          

 
La stanza di Zoltán Kőrösi  Budapest
Written by Kőrösi   
Tuesday, 24 May 2011
There are no translations available

La stanza di Zoltán Kőrösi – Budapest

Qualche tempo fa avevamo pubblicato il racconto che sta dietro alla nascita della raccolta Pensi che ci saremmo potuti conoscere in un bar?, curato da Herta Elena Rudolph e Tiziana Cavasino. Proprio alle curatrici abbiamo chiesto di estendere l’invito delle Stanze agli scrittori e alle scrittrici antologizzati. Questo è il secondo contributo e arriva da Budapest.

Scrittura e sonno si appartengono strettamente

di Zoltán Kőrösi

Traduzione di Dóra Várnai

Sopra la mia scrivania alcune puntine fissano al muro i fogli degli appunti. Abito al terzo piano, le cime degli alberi arrivano giusto ai miei piedi, creando un tappeto verde, attraverso i cui spiragli è possibile guardare giù, sulla piazza, sulle persone. Vivo in un quartiere di Budapest dove per decenni non era successo nulla, mentre negli ultimi dieci anni i palazzi sono completamente cambiati, e insieme ai palazzi sono cambiate anche le persone. In effetti, anche noi ci siamo trasferiti qui in seguito a questi cambiamenti. Secondo quanto afferma un famoso scrittore ungherese, un tempo questa era la zona delle “strade rumorose delle macchine da cucito”: qui abitavano persone semplici, artigiani. Adesso, invece, è attraversata da yuppie frettolosi in giacca e cravatta, e alle vecchie botteghe si sono sostituiti caffè e ristoranti.

Quando ci siamo trasferiti qui io stavo lavorando a un volume di racconti. Mi mettevo davanti alla finestra, osservavo la nostra piazza, le costruzioni, gli edifici nuovi. Ho anche contato le gru: ne lavoravano quattordici nei dintorni. Guardavo l’uomo della gru lì in alto mentre usciva dalla sua cabina, passeggiava lungo il braccio della gru, e, sospeso a quella vertiginosa altezza, in tutta tranquillità pisciava sopra i cubi di cemento che fungevano da contrappeso della gru. Sotto, in basso, i bambini giocavano nel parchetto giochi, era primavera e cadeva una pioggerellina tiepida… Il mio volume era ormai pronto quando, poco prima della consegna, mi accorsi che quasi tutti i racconti erano di quattordici pagine, quattordici, come le gru che stavano lavorando nella nostra zona.

Abitiamo in un appartamento grande, da veri borghesi, eppure il nostro letto è stato sistemato al centro del mio studio. Sono stato io a volere che fosse così: scrittura e sonno si appartengono strettamente, allo scrivere si accompagna la sveglia mattutina, come anche il pisolino pomeridiano. La sera sei contento di sapere che la mattina successiva, appena sveglio, potrai continuare il tuo libro. La mattina, dopo il caffè, non vedi l’ora di poterti sedere al tavolo, al tuo portatile. E il pomeriggio, quando finalmente senti che ti è successo qualcosa di inaspettato, ebbene, quello è il momento più bello per dormire. E così arriva di nuovo la sera, quando rileggi ciò che hai scritto e ti verrebbe voglia di continuare subito, ma non si può fare, si può rileggere e prendere appunti, ma non si deve scrivere, solo osservare e poi addormentarsi, in modo che diventi di nuovo mattina. Proprio così: il tempo deve essere presente dentro il testo. Visto che dentro di noi continua comunque sempre a lavorare.

[Le altre stanze degli scrittori

 

http://archiviocaltari.wordpress.com/2011/05/23/la-stanza-di-zoltan-korosi-budapest/
 
Felicitá
Written by Kőrösi   
Sunday, 17 April 2011
There are no translations available

KULTURA: Felicità, un racconto di Zoltán Kőrösi, in esclusiva per East Journal

di Zoltán Kőrösi
traduzione di Dóra Várnai

dalla raccolta “Pensi che ci saremmo potuti conoscere in un bar?”, Caravan edizioni

Era già passata la mezzanotte, ma non aveva ancora iniziato ad albeggiare, quando Kertész si svegliò di soprassalto, pensando che probabilmente si doveva essere addormentato, era sudato per lo spavento, stava disteso sul proprio letto, cercava di respirare con la bocca aperta e si stringeva le mani sul petto, provando a frenare almeno un poco il disordinato battito del proprio cuore, guardava la luce riflessa sul muro, ma intanto, come se fosse il proseguimento del suo sogno, si ricordava chiaramente di aver appena visto un grosso uccello verde, che con lenti e silenziosi battiti d’ali volava sopra il loro palazzo, si sedette, con i piedi nudi cercò a tastoni le sue pantofole, e strisciando i piedi si avvicinò alla finestra, la luce della luna entrava in camera, Kertész ormai da molto tempo non tirava le tende, erano anni che non le tirava più, e ora grazie alla luce della luna piena c’era più chiarore all’esterno che nei meandri della casa, sui rami degli alberi brillava uno strato bianco di ghiaccio, non era vera neve, piuttosto una brina densa e compatta, che faceva un effetto strano, anche perché tra i palazzi la terra ghiacciata era rimasta nera, da qualche luogo, forse dal fiume, o dall’altra parte della città, arrivava un ronzio cupo, un mormorio, e anche una specie di ticchettio, come di un enorme macchinario che sferraglia a vuoto, e così possiamo rinunciare a un natale bianco, disse Kertész, e poi aggiunse: che ore saranno, non è ancora l’alba, e quasi in risposta subito echeggiarono dalla cucina due rintocchi dell’orologio, che come onde nuotarono lentamente nell’aria, attraversando lo stagno della casa, Kertész si mise l’accappatoio ed entrò nella stanza della moglie, viveva da solo ormai da tre anni, eppure aprì la porta solo a metà, con molta attenzione, come se temesse di essere respinto, per diciotto anni non aveva potuto toccare quella maniglia, da quando il tribunale aveva dichiarato il loro divorzio, erano marito e moglie da dodici anni, quando la donna, dopo aver pazientemente aspettato che Kertész avesse appeso il cappotto, si fosse tolto le scarpe e avesse posato la borsa, gli aveva comunicato che non voleva più essere sua moglie, Kertész non aveva discusso, fissava sulla fronte fredda e bianchissima della donna il luccichio riflesso del lampadario dell’ingresso, poi aveva fatto scorrere dell’acqua bollente nella vasca, vi si era seduto dentro, e coperto dallo scroscio dell’acqua, si era messo a piangere in silenzio, a lungo, in base agli accordi l’appartamento di due stanze era stato diviso in due, Kertész non poteva rivolgere la parola alla moglie, poteva usare il lato destro dell’ingresso, in cucina non ci poteva entrare, la stanza del bagno e il gabinetto erano suoi la mattina dopo che la donna se n’era andata e la sera tra le otto e le nove, di notte, se origliava a lungo, riusciva a sentire il respiro della donna dall’altra stanza, a volte, facendo molto piano, strisciando i piedi di centimetro in centimetro, si avvicinava furtivamente alla porta della donna, ma da quando nel buio aveva ribaltato, facendo un gran fracasso, una piccola cassettiera, che la donna aveva di proposito messo sulla linea di demarcazione che divideva in due la casa, non osava più nemmeno origliare, è da allora che si era abituato a non tirare le tende almeno nella propria camera, c’era stato anche un lungo periodo, dopo il quarto anno, che la donna per diverse notti non era tornata a casa a dormire e Kertész era stato per ore in piedi davanti alla finestra, guardando gli spiragli di terra che si aprivano tra gli alberi, alla fine del diciottesimo anno, il pomeriggio di una domenica nebbiosa e cupa, gli era sembrato di sentire piangere da dietro la porta chiusa, era un pianto secco, più simile alla tosse, e poi aveva sentito la voce della donna che chiamava il suo nome, e così dopo lunghi anni aveva varcato di nuovo quella soglia: la sua ex moglie era distesa impotente sul letto, la puzza aleggiava intorno a lei, come se la stanza fosse piena di angeli condannati alla putrefazione.

Non si erano sposati nuovamente, Kertész per tre anni aveva curato la donna, nei fine settimana andavano a passeggiare: si muovevano tenendosi per mano, facevano il giro dell’isolato, guardavano gli spiragli di cielo che si aprivano tra gli alberi, alla fine del terzo anno la donna era diventata così debole da non riuscire più a muoversi, Kertész la vestiva, e stavano tutti i giorni seduti per un’ora davanti alla finestra aperta, perché stai di nuovo piangendo? gli aveva chiesto la donna, lui non aveva risposto, dopo la morte della moglie l’appartamento di due stanze era diventato suo, poteva usare la cucina, il bagno, poteva usare anche la camera che era stata della donna, in corridoio aveva rimesso la cassettiera, proprio dove un tempo c’era stata la linea di demarcazione, la notte, facendo molto piano, strisciando i piedi di centimetro in centimetro, si avvicinava furtivamente alla porta della donna, e da dentro sentiva il suo respiro, stava fermo e incurvato davanti all’uscio, pensando che la questione non era se la felicità esistesse, e nemmeno che cosa fosse la felicità, l’assenza della sofferenza, questa era la felicità, il fatto che anche quando la vita ormai è passata, la si possa ancora ricordare.
—-

Tratto da: AA. VV., Pensi che ci saremmo potuti conoscere in un bar? Racconti dall’Europadell’est, Caravan Edizioni, Roma, 2010

Testo originale in: ZOLTÁN KŐRÖSI, Délutáni alvás, A történet árnyéka, Kalligram, Pozsony, 2007

 
Un saluto di Zoltán Kőrösi
Written by Kőrösi   
Tuesday, 05 April 2011
There are no translations available

Un saluto di Zoltán Kőrösi

 

 

Una volta, a una fiera del libro in Francia, dove sulle sedie tutto intorno a me erano sedute rispettabili famiglie, io ho salutato in lingua ungherese. All'incirca così:

"Jó napot kívánok, kedves olvasók, én egy magyar író vagyok, ez pedig a
magyar nyelv."

[Buongiorno, cari lettori, io sono uno scrittore ungherese, e questa è la lingua ungherese.]

Tutti hanno iniziato a ridere.
E in effetti, là, vicino a Strasburgo, questa lingua, la mia lingua madre, suonava in qualche modo comica.

Come immagino possa suonare comica anche a Padova, a Roma o a Venezia.
Qui, a casa mia, a Budapest, non è comica.
Avete mai avuto voi una lingua madre che i francesi, gli
inglesi o i tedeschi ascoltassero trovandola strana?
Avete mai avuto voi una lingua madre al cui suono gli stranieri sorridono
perplessi?
Sappiamo che essere est-europei non è una virtù, ma una condizione.

Gli est-europei tradizionalmente ritengono che, sebbene la loro vita sia più difficile di quella delle persone che vivono più a ovest, in compenso abbiano una comprensione più profonda e complessa di cosa sia la vita.
Guardano a Ovest, ma non è affatto sicuro che vorrebbero scambiare la propria, sofferta
conoscenza ed esperienza di vita per i vantaggi di quell'altra vita.
Io invece, scrittore ungherese, sono centro-europeo.
Né dell'est, né dell'ovest.
Né montagne, né mare.
Né latino, né slavo.
Al centro dell'Europa Centrale, a Budapest, al terzo piano, dove gli alberi mi arrivano giusto alle ginocchia.

"Kedves olasz olvasók, ez itt a magyar nyelv."
[Cari lettori italiani, questa è la lingua ungherese.]

 

Sono interessato a ogni tipo di offerta, rispondo a stretto giro di posta.

Prego indirizzare le lettere all'editore.

 

 

Traduzione: Dóra Várnai

 
(Anni d'amore  Vigliaccheria)
Written by Kőrösi   
Monday, 31 January 2011
There are no translations available

 

Zoltán Kőrösi: Szerelmes évek – Gyávaság

(Anni d'amore – Vigliaccheria)

 

 

2 - L'acqua gelata nel fosso

 

 

            Quella che un tempo era la famiglia Krausz era arrivata al villaggio, come la maggior parte dei tedeschi e degli ebrei che si erano trasferiti nella zona, all'incirca nei primi anni del ‘700, sulla scia di una di quelle migrazioni forzate che gli Asburgo tanto amavano.

            Sebbene non sia dato di sapere che cosa all’epoca, due secoli fa, li abbia spinti a intraprendere il lungo viaggio, se la disperazione causata da una vita di miseria tra le colline della Moravia, o le imposizioni palesemente ingiuste delle autorità, o forse la paura cresciuta nell’accumularsi di giorni tutti uguali che lascia un margine di speranza sempre più ridotto, una paura capace di rendere tanto imponderabilmente audaci, o almeno risoluti, oppure se si fosse trattato di un coraggio del tutto diverso, per esempio dovuto al desiderio di arricchimento, fatto sta che i Krausz che si erano stabiliti nel villaggio, e che ben presto ungheresizzarono il proprio cognome in Kertész, avevano affrontato inutilmente, per quanto riguarda l'arricchimento, quel lungo cammino alla ricerca di una nuova patria: essi vissero la loro vita in affitto, in case a schiera affacciate su cortili comuni, offerte loro dalla comunità ebraica, e, per quanto laboriosi e abili potessero essere, in duecento anni non riuscirono a ottenere né un pezzo di terra per la costruzione di una casa, né un campo da coltivare.

            Solo nel corso della riforma agraria del 1920, quando agli invalidi di guerra vennero assegnati terreni tratti dai possedimenti degli Esterházy, il marito di Gizella Kertész, Áron Kertész, che tre anni prima durante la grande guerra aveva combattuto sul fronte italiano, ottenne un appezzamento di dieci are situato all’estrema periferia del villaggio.

            Si svegliò per l'insolito silenzio e, quando attraverso le fessure del bunker cercò di scrutare il buio, improvvisamente vide le stelle sopra di sé che si spegnevano e si riaccendevano al passaggio delle nuvole.

            Era steso per terra, sul proprio mantello, quando sentì che sotto la sua schiena la terra aveva cominciato a muoversi.

            Rotolò di lato, tirandosi appresso il mantello, e alla luce dei raggi lunari che inaspettatamente penetrarono nel buio vide che lì, dove appena prima era steso il suo pastrano da soldato, tra le pagliuzze e i rami d'abete sparsi alla rinfusa, una talpa stava scavando per uscire in superficie. Áron Kertész sfiorò appena la terra col dito, non voleva farle del male. Si ricordò di tutte le volte che al villaggio aveva visto come i contadini, vicino alle aiuole dietro le case, rivoltavano a vangate e con rabbiosa gioia la terra insieme agli ospiti indesiderati, per poi ammazzarli con il dorso della vanga in modo da non danneggiare le loro pellicce. Ora, invece di spaventare il diligente scavatore, con delicatezza si scostò ulteriormente, anche se la sera prima alla fine del servizio gli c’era voluta non poca abilità per accaparrarsi quel giaciglio più comodo e più vicino alla stufa di ferro. Nonostante fosse stato tanto cauto, la talpa spuntò fuori col naso dalla galleria appena scavata solo per un istante, per poi subito ritirarsi e sparire sottoterra.

            C'era silenzio, dalla cima del fresco cumulo di terra una piccola zolla rotolò giù sul terreno schiacciato, tra i fili di paglia.

            Un attimo dopo, però, con un rumore tanto forte da far sembrare che i colpi non provenissero dalla trincea di fronte, ma che qualcuno stesse sparando proprio da lì, dalle mura del bunker, rimbombarono degli spari. Da lontano risposero il fuoco dei cannoni e le detonazioni dei fucili, echeggiarono grida, tutta la trincea si mobilitò. I soldati balzati in piedi dai propri giacigli correvano su e giù alla luce fioca delle lampade a petrolio, si scontravano, si spintonavano violentemente cercando di raggiungere il varco d’uscita delimitato da assi di legno. Áron Kertész vide che Kaszás, il loro caporale, stava urlando con la bocca spalancata in un quadrato, ma il suono, e soprattutto il senso delle parole gli arrivarono solo diversi attimi più tardi, tra due esplosioni, come se la penombra del bunker impedisse non solo la vista ma anche la propagazione dei suoni. Poi una mina sfondò il tetto di assi del bunker e cadde esattamente dove poco prima era steso lui, sul giaciglio scavato dalla talpa, ora occupato da un suo compagno ebbro di sonno che non ebbe il tempo di fare il minimo movimento.

            Il sangue dal suo corpo schizzò verso l'alto come la zuppa da un piatto sbattuto sulla tavola.

            Áron Kertész non ci pensò su, non aveva nessuna intenzione di vestirsi e non si curò nemmeno del graduato urlante che cercava di afferrarlo: buttando all'aria lo zaino, la baionetta e la borsa delle munizioni, corse fuori nella trincea, si arrampicò sulle scale costruite coi rami e con lo stesso slancio balzò all'aperto. Correva all'impazzata, tra i cespugli incendiati, attraverso la terra fumante crivellata dalla pioggia di shrapnel.

            Corse inutilmente, il suono dell'esplosione fu più veloce di lui.

            Si salvò giusto la vita, ma metà dei suoi polmoni bruciarono nella nuvola di gas dall'odore pungente.

            Aveva, in effetti, già sentito dire che nella prima guerra mondiale da entrambe le parti era stato regolarmente ordinato l’impiego dei gas di guerra e nessuno sembrava indignarsi per questo, anche se in occasione delle grandiose conferenze precedenti il conflitto i rispettabili interlocutori avevano stretto accordi bilaterali riguardo al divieto di utilizzo dei gas, e gli strateghi stessi erano arrivati alla conclusione che il gas di guerra in quanto arma moderna era assai idoneo a demoralizzare il nemico, ma non rendeva possibile l'avanzamento, la penetrazione delle linee, considerato che anche dopo l'annientamento del nemico continuava ad aleggiare sopra i cadaveri. Le truppe, incluso il reggimento di fanteria di Áron Kertész, si esercitavano con regolarità a indossare velocemente le maschere antigas, ed era risaputo che, per esempio, il gas mostarda aveva veramente odore di mostarda. Nei giornali che venivano passati di mano in mano al fronte si poteva anche leggere che nella sfavillante e fiera Inghilterra un milione di donne lavorava nelle fabbriche di armi e produceva bombe e gas di guerra, ogni giorno in media diciotto di loro diventavano cieche e molte finivano uccise avvelenate dai gas; non avevano dovuto nemmeno viaggiare fino al fronte, potevano avvelenarsi a casa, i loro capelli erano diventati arancione, e anche i loro visi ingiallivano, la gente le chiamava canarini. Ma i giornali non riportavano gli effetti di un inatteso attacco di gas lì fuori, nel profondo delle trincee. I soldati che non avevano avuto il tempo di infilarsi le maschere antigas, perché nessuno li aveva avvertiti, o forse perché non ce l'avevano nemmeno la maschera antigas, si comportavano come se stessero annegando: imitavano i movimenti del nuoto, sbattevano le braccia e scalciavano con le gambe, sembravano lottare in un fiume dalla forte corrente, o in qualche lago senza fondo, dall'acqua nera, cercando di guadagnare la riva con le forze allo stremo e i vestiti inzuppati, pesanti come piombo.

             Áron Kertész dopo quella battaglia all'alba, che da parte ungherese si svolse praticamente senza sparare, era steso supino per terra. Non annaspava più cercando di respirare: con le braccia divaricate stava volando sempre più in alto, vicino alle nuvole, i suoi occhi spalancati luccicavano come se dopo tutto fosse riuscito a vedere oltre il fumo, su, fino all'azzurro lì in alto.

            Quando si svegliò e riprese conoscenza sentì un umidore sulle guance, poteva essere sia sudore, sia sangue, sia lacrime.

            Poi pensò che non faceva nemmeno differenza, quale che fosse.

            Ma come volano velocemente le nuvole lì sopra.

            Sono così veloci che sembrano ferme, come se fosse il cielo a correre sopra di loro.

            Lì in alto doveva esserci silenzio, al massimo poteva sibilare l'aria, mentre qui, dopo i fuochi, tutt’intorno la terra crepitava, i cespugli denudati si arrampicavano tra i sassi, come se una mano terrificante avesse stritolato e sparso in giro delle ossa annerite.

            Si ricordò di un'alba di tanto, tanto tempo prima, non era ancora nemmeno del tutto sveglio, si era avvicinato alla moglie nel dormiveglia, stendendosi accanto a lei come se con il corpo volesse circondare il corpo della donna; da dietro aveva abbracciato le sue spalle, stringendo il viso alla sua nuca, il petto alla sua schiena, l'inguine alle sue parti inferiori, le cosce alle sue cosce, come il guscio di noce la noce la abbracciava e la difendeva. Non avrebbe nemmeno voluto altro che questo abbraccio, ma il desiderio era più forte di lui, morbido e leggero, come se fosse ancora nel dormiveglia, si immerse nel grembo proteso della donna; dopo si stese supino con gli occhi ancora chiusi, li aprì solo quando la moglie si era ormai seduta nel letto, lo guardava e gli sorrideva, il seno luccicava nel crepuscolo, fece scivolare l'indice teso lungo il corpo dell'uomo, dal centro della fronte al naso, attraverso la bocca e attraverso il petto giù fino all'inguine, come se avesse voluto dividerlo in due, un mezzo Áron Kertész di qua e un altro mezzo di là. E lui sentì l'umidità sul dito della donna e sentì il profumo di quell'umidità, e sentì anche che una striscia luccicante segnalava l'impronta del dito, una striscia che ormai sarebbe restata lì per sempre.

            Il soldato steso impotente a terra, in mutande e senza scarpe, venne più tardi trovato dai barellieri, che andavano vagando più per senso del dovere che spinti dalla speranza, era incomprensibilmente lontano dalla trincea, come se una pressione dell'aria dalla forza straordinaria l'avesse gettato lì, su quel cumulo di terra.

            Era ormai svenuto quando lo posero sopra la lettiga, e, come dissero, fu veramente solo per un colpo di fortuna che arrivò appena in tempo nell'ospedale da campo. […]

 

 

Traduzione: Dóra Várnai