Ci sono città femmine e ci sono città maschi, in alcuni casi è necessaria una lunga pratica per poter scoprire a quale categoria una città appartenga, e poi può succedere anche che una città col passare del tempo muti il proprio sesso, a volte sono i piccoli dettagli a essere decisivi, Budapest per esempio è una triste signora ormai sulla via del tramonto, che ogni tanto mette mano alla scatola dei cosmetici, e si scuote, lo può vedere chiunque, basta guardare il Danubio, il cespuglio dell’isola Margherita, le colline di Buda che formano i seni, e una signora sa bene che l’uomo va preso per lo stomaco, bisogna far mangiare la bestia,
per esempio ai budapestini piace mangiare il gírosz, non c’è alcun dubbio, forse a causa dei venti che soffiano da sud, o forse piuttosto in memoria delle greggi di pecore dell’Alföld, e non è escluso nemmeno che sia semplicemente a causa del sapore, e così ormai gírosz è diventata una parola ungherese, i magiari mangiano il gírosz, con la i lunga e la esse-zeta, con i sottaceti, la panna acida e la paprika di Kalocsa, così diventa piccante il doppio, il miglior venditore di gírosz della città è fuor di discussione quello all’incrocio tra il viale circolare Ferenc e via Üllői, almeno così mi ha detto Attila, e se c’è qualcuno veramente competente a fare tale constatazione, quello è lui, considerato che negli ultimi anni ha svolto un assiduo lavoro di ricerca, ha perfino una mappa, sulla quale annota le sue valutazioni, pesa centoventi chili e mangia molta carne, non la mappa, ma Attila, che dà anche i voti, valuta per esempio la consistenza della carne, la freschezza del panino, così questo venditore di gírosz è risultato essere il suo primo della classe, uno studente con il massimo dei voti, fuori, sulla via Üllői, rombano le macchine, il gas di scarico aleggia azzurro davanti alle mura scrostate della ex caserma, nel sottopasso la porta dei gabinetti pubblici è spalancata, può entrare chiunque, se ne ha voglia, le strisce colorate di plastica montate sullo stipite della porta non trattengono nemmeno gli odori, la puzza di cloro e di urina si mischia alla corrente che tira dal tunnel del metrò, pochi passi più avanti gli zingari vendono la paprika, i garofani e i pomodori rubati di fresco, hanno una rete estesa, sotto le ragazze e le donne vendono la merce, urlando e dondolando i fianchi, ingombrando il passaggio, mentre in cima alle scale gli uomini fanno la guardia, in modo da poter subito dare l’allarme, non appena sul viale circolare compaiono i cappelli dei poliziotti, in questi casi inizia un pazzesco fuggifuggi, le donne sbucano con sporte e cassette, come pescatori arruffoni, il loro bottino giornaliero, non si sa come, né si accumula, né si esaurisce, a volte corrono addirittura fino al Museo di Arte Applicata, dove da dietro il cancello di ferro il perennemente seduto Ödön Lechner le guarda pensieroso, gli uomini invece si riversano davanti al cinema, come se fossero solo curiosi di vedere le locandine, qual è l’ultimo film uscito, il venditore di gírosz comunque è un greco, cosa che ovviamente si capisce solo quando si mette a parlare, per il resto è un tipo di centoventi chili, calvizie incipiente e baffi di tutto rispetto, come qualsiasi bravo ungherese, solo che qui insieme al panino ti spetta anche una lezione di lingua, sul muro un capitello greco di piallaccio ritagliato, lettere greche, una finestra dipinta che non dà su niente, dalla radio Videoton si sente il suono del buzuki, dietro, nella piccola retrobottega una sguattera di trenta chili pulisce tutto il giorno le cipolle, la carne di pecora gira davanti alla brace, e il venditore di gírosz, mentre con le dita a salsiccia apre in due il panino, sorride, ciao, cosa do a te?, dice, e il sudore gli scorre lungo la fronte, giù per il collo peloso, dentro tutto che c’è?, chiede, dentro tutto, rispondono i budapestini felici, lo dice anche Attila, che ultimamente va spesso all’ospedale János, cerca di farsi distruggere i calcoli renali, retaggio familiare, dice, nella sua famiglia tutti prima o poi finiscono col custodire granellini di sabbia e pietruzze nei reni, più spesso prima, che poi, sua sorella, sua madre e anche suo padre, è a causa del mondo, che ci mangiamo sotto forma di sporcizia, ma poi non riusciamo a digerire, e non si può nemmeno disintegrare dentro di noi, ed ecco dimostrato che la materia non si distrugge e nemmeno si trasforma, come ultima salvezza c’è il bisturi, intanto però uno ci prova, lui per esempio ogni settimana va a fare le visite, e quando non è fortunato, viene trattenuto anche per la notte, così è lì a custodire i propri sassolini in pigiama, in mezzo ai feriti e ai moribondi, ieri per esempio è stato messo in una stanza dove due letti dopo il suo c’era un uomo cieco, mentre dormiva poveraccio è caduto dal letto, e siccome si era svegliato in un luogo sconosciuto, non ritrovava il proprio letto, stava sdraiato supino per terra e strillava, con le mani appoggiate sul pavimento in linoleum, affinché finalmente arrivasse qualcuno ad aiutarlo, ha strillato a lungo, ma non c’era nessuno a rispondergli, nessuno a rialzarlo sul letto, eppure la mattina, quando Attila si è svegliato, ha visto che quest’uomo cieco era già in piedi davanti allo specchio a farsi la barba, che si stava insaponando il viso e picchiettava con gesti energici il pennello di vaio contro il bordo del lavandino, a quel punto sarebbe stato inutile spiegare ad Attila che quell’uomo cieco non si stava rimirando, semplicemente sopra il rubinetto c’era lo specchio, una superficie che a lui non mostrava nulla, allora Attila ha preso le proprie cose ed è scappato, è corso direttamente dal venditore di gírosz con il massimo dei voti, dentro tutto, mettici dentro tutto, faceva sì con la testa, come se lo facesse al ritmo del buzuki, uno di fronte all’altro i due uomini di centoventi chili, fuori la nuvoletta di gas di scarico, anche la paprika, sorrideva il greco, sì, faceva l’ungherese, eh già, ha detto il greco, così è la vita, lasciamo che sia piccante il doppio. Tratto da: ZOLTÁN KŐRÖSI, Budapest, nőváros, Kalligram, Pozsony-Budapest, 2004
Traduzione di Dóra Várnai
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